Storia
Nell’anno 1870 per deliberazione del Consiglio Comunale, venne istituito in Verolanuova un Asilo Infantile che cominciò a funzionare effettivamente solo nel 1873 in una casa di Via Molini n°7, l’attuale via De Gaspari, presa in affitto dal Comune. Successivamente il signor Antonio Bellegrandi, deceduto in Verolanuova il 31 maggio 1874, con suo testamento olografo datato 2 maggio 1874, istituiva a favore dell’Asilo un lascito. Nell’anno 1875, la benemerita signora Laura Lachini fu Paolo, morta in Verolanuova il 3 febbraio 1875, e alla quale pervennero in eredità i beni del defunto zio signor Carlo Boschetti, con testamento olografo in data 9 agosto 1871, legava a favore dell’asilo infantile un fabbricato in via Stazione n°5, ora Via Zanardelli n°12, dove la scuola ha oggi l’attuale sede. L’11 settembre 1879 con D.R. firmato da Re Umberto I°, apriva i battenti l’Ente Morale “Opera Pia Boschetti Lachini Bellegrandi”, in omaggio alla memoria dei principali benefattori. Il 15 settembre i primi bambini varcavano la soglia dell’asilo d’infanzia la cui finalità così recitava: “…L’Asilo ha per scopo di accogliere i bambini di ambo i sessi dall’età dei tre anni ai sei e di provvedere alla loro educazione fisica, morale, ed intellettuale, nei limiti consentiti delle loro età…”.
Il ritratto del signor Carlo Boschetti, in osservanza alle disposizioni testamentarie della signora Lachini, è tuttora esposto nella segreteria della scuola, così come il suo nome figura per primo nella denominazione. Da allora e attraverso tanti eventi, la scuola è al “servizio” dei bambini. In essa hanno lavorato e collaborato varie figure di spicco soprattutto nel periodo in cui gli “asili” cominciavano ad assumere un valore educativo e non solo assistenziale, per opera dell’Aporti e delle sorelle Rosa e Carolina Agazzi, che in alcuni documenti figurano come “osservatrici” del lavoro svolto.
Negli anni 1970 il fabbricato ha subito una radicale ristrutturazione diventando quell’ambiente luminoso e sereno nel quale oggi i bambini di Verolanuova sono accolti. Tante figure eccelse si sono susseguite, a vario titolo, alla guida di questa istituzione come benefattori, presidenti, amministratori e insegnanti e, non ultimo, genitori. Tutti hanno lasciato la loro impronta, tanti hanno contribuito a fare della scuola un ambiente didattico altamente qualificato. Un particolare ricordo va alle suore Operaie della Santa Casa di Nazareth, le suore del Santo Arcangelo Tadini, che con la loro presenza hanno onorato la scuola fino 1986.
Nel febbraio 2020, a causa dell’emergenza Covid-19, come tutte le scuole del territorio nazionale, le attività didattiche ed educative in presenza sono state sospese, andando ad interrompere un’attività incessante fin dai primi giorni della sua apertura.
Mission:
La Mission che la nostra scuola si prefigge non può esimersi dal confrontarsi con i documenti ministeriali e mira ad accogliere tutti i bambini e le bambine, siano essi provenienti dal territorio verolese che da altri comuni. Lo spirito di accoglienza, la realizzazione di percorsi educativo-didattici, muovono dall’intento di far trascorrere tempo di qualità agli alunni, nell’ottica di far promuovere la loro identità, autonomia e competenza.
All’interno delle Indicazioni Nazionali per il Curriculo del 2012, sono contenute le finalità che la scuola dell’infanzia deve perseguire: identità, autonomia, competenza e cittadinanza. Tali finalità non debbono essere intese come a sé stanti, ma viste, elaborate e promosse, in un’ottica di interdipendenza costante, all’interno della strutturazione dei diversi piani didattici in riferimenti ai campi di esperienza.
Ultimo aspetto, ma non per importanza, la scuola mira a far acquisire un senso di appartenenza e di cittadinanza: i progetti mirano a far sì che i bambini si sentano cittadini non solo della propria scuola, ma di un mondo, di un “fuori” che sembra lontano e grande, ma nel quale un giorno dovranno vivere.
Identità. Tale concetto “rimanda ad una serie di prerogative che contraddistinguono il considerarsi e l’essere considerato persona: il riconoscimento (come diritto al volto, al proprio irripetibile volto, il diritto al nome, il diritto ad essere guardato e “visto”), la distinzione (ovvero il diritto a non essere confuso nell’opaca identità della massa e della chiacchiera), l’ascolto (come valorizzazione dell’appello che ciascuno porta con sé[1])”. Forte e chiaro risulta il richiamo alla pedagogia personalistica, dove il bambino non risulta essere un vaso da riempire o un individuo da trasformare, ma una persona con un’identità unica e irripetibile da assumere come valore. In quest’ottica l’attività educativa e didattica della scuola dell’infanzia non deve far altro che sostenere e favorire il processo che porta il bambino dalla percezione alla consapevolezza di sé, facendo leva sulla curiosità, partendo dalle sue conoscenze e attraverso l’attività euristica.
Autonomia. In stretta correlazione con l’identità, il termine “autonomia” deriva dal greco “auto” (sé) e “nomos” (legge): quindi, tale concetto, richiama alla capacità della persona di essere norma a se stesso, di agire seguendo principi, di autoregolarsi, acquisendo, allo stesso tempo, un livello maggiore di consapevolezza delle proprie azioni. “Sviluppare l’autonomia significa avere fiducia in sé e fidarsi degli altri; provare soddisfazione nel fare da sé e saper chiedere aiuto o poter esprimere insoddisfazione e frustrazione elaborando progressivamente risposte e strategie; esprimere sentimenti ed emozioni; partecipare alle decisioni esprimendo opinioni, imparando ad operare scelte e ad assumere comportamenti e atteggiamenti sempre più consapevoli[2]”. La scuola, in tale ottica è investita del compito di educare all’autonomia, rispondendo al bisogno dell’essere umano di scoprirsi e manifestarsi, di conoscersi e affermarsi, offrendo al bambino quelle sollecitazioni necessarie a far sì che tale finalità sia raggiunta, predisponendo spazi, tempi, modalità e pratiche con vera intenzionalità educativa.
Competenza. “La competenza ha a che fare con l’integralità del bambino, non con la parzialità, non è riconducibile infatti solo al saper fare, al cosa so fare, al piano fattuale, perché il bambino è anche identità morale riconducibile al saper essere, al senso di se stesso, al chi sono[3]”. La competenza, assunta come elemento trasversale dell’esperienza, si lascia alle spalle la staticità di una concezione quantitativo/informativa, per inoltrarsi nella dinamica che vede la persona, e di conseguenza anche il bambino, composta da una pluralità di dimensioni. La scuola, di fronte a ciò, non può che prendere a modello la definizione di competenza fornita da Pellerey: competenza come la capacità di far fronte ad uno o più compiti, riuscendo a mettere in moto le proprie risorse interne, affettive e volitive, ed a utilizzare in modo fecondo quelle esterne a disposizione. Riprendendo Bobbio, insegnare per competenze significa attivare un insieme complesso di dinamismi fra loro interagenti, dinamismi motori, cognitivi, affettivi, estetici, valoriali, attraverso la predisposizione di piani didattici rivolti soprattutto all’avviamento di processi, che partano dalle conoscenze pregresse/ingenue, non dimenticando il contesto prioritariamente ludico della scuola dell’infanzia stessa.
Cittadinanza. “Vivere le prime esperienze di cittadinanza significa scoprire l’altro da sé e attribuire progressiva importanza agli altri e ei loro bisogni; rendersi sempre meglio conto della necessità di stabilire regole condivise[4]”. Il documento ministeriale ne esplicita alcune abilità: saper dialogare, rispettare il punto di vista dell’altro e le diversità di genere. Il sistema educativo viene quindi chiamato a formare cittadini consapevoli, che sappiano, cioè, comprendere che la costruzione della collettività nazionale, europea, mondiale, dipende da tutti e da ciascuno.
Tale lavoro deve essere coltivato quotidianamente già a partire dalla scuola dell’infanzia. Inevitabile, per ogni scuola è fare riferimento all’interno del proprio Progetto Educativo, oltre che alle Indicazioni Nazionali per il Curricolo, a quanto espresso all’interno della Dichiarazione dei diritti del bambino:
“…il bambino ha diritto ad una educazione che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta di sviluppare le facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale… Il bambino deve avere tutte le possibilità di dedicarsi a giochi ed attività ricreative che devono essere orientate a fini educativi…”,
La scuola dell’infanzia è chiamata, tenendo conto di quanto esplicitato precedentemente e in linea con la Indicazioni Nazionali, a riflettere sul proprio ruolo al fine di rendere concreto l’impegno doveroso rivolto a ridurre la frammentazione delle esperienze infantili e il loro carattere episodico che le fa stazionare nella dimensione delle superficialità. È chiamata a riconoscere le priorità educative da mettere in atto per promuovere la scoperta dei significati e il senso dell’agire; è chiamata a pensare e a scegliere itinerari ad hoc affinché ogni bambino maturi un’identità consapevole, fondamento di una cittadinanza attiva.
“…La definizione e la realizzazione delle strategie educative e didattiche devono sempre tener conto della singolarità e complessità di ogni persona, della sua articolata identità, delle sue aspirazioni, capacità e della sua fragilità, nelle varie fasi di sviluppo e di formazione[5]”.
[1] A. BOBBIO, Finalità educative e Indicazioni Nazionali. La differenziazione di un progetto in una Scuola Materna, n.10 giugno 2014, p.96.
[2] Indicazioni Nazionali 2012, pag. 16
[3] I. FIORIN, La buona scuola. Processi di riforma e nuovi orientamenti didattici, La Scuola, Brescia, 2008, p. 170.
[4] Indicazioni Nazionali 2021.
[5] Indicazioni Nazionali per il Curricolo
